La scuola italiana ha un problema di tecnologia

6 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 00:07 | 7 GEN 20
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E ra ancora il 2007 quando per la prima volta al Miur si è iniziato a discutere di un Piano Nazionale per la Scuola Digitale (Pnsd). Un progetto che aveva l’obiettivo di modificare gli ambienti di apprendimento e promuovere l’innovazione digitale nelle scuole. In principio il ministero dell’Istruzione si è focalizzato sulla diffusione della Lavagna Interattiva Multimediale (Lim) nella didattica scolastica; poi tra il 2013 e il 2014 si è iniziato a investire nei wifi per le scuole e in corsi di formazione sul digitale rivolti ai docenti. Infine, nel 2015 il Pnsd è diventato un pilastro fondamentale della Buona Scuola di Matteo Renzi che, non senza ambizione, lo ha rilanciato attraverso quattro direttive – strumenti, competenze e contenuti, formazione, accompagnamento. All’alba del nuovo decennio, è lecito provare a dare un giudizio sulla strategia del Miur in questi anni. La lettura di una recente indagine condotta da Ipsos a novembre del 2019, realizzata dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con la testata giornalistica online Repubblica degli stagisti e la società di consulenza Spindox, pone qualche dubbio sull’efficacia dei progetti. L’indagine mostra che i risultati dell’iniziativa sono limitati e il divario tra maschi e femmine è ancora grande: tra i più giovani (20-25 anni) il 36,6 per cento degli uomini ha avuto occasione di entrare in contatto con il mondo dell’Ict (Information and communication technology) a scuola, contro il 27,1 per cento delle donne. Il divario di genere diminuisce leggermente se si guarda al gruppo dei 26-34enni.
Marco Gui, professore dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha da poco scritto un libro sull’innovazione digitale nelle scuole, “Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio?” (Il Mulino), che mette in luce le criticità della strategia tecnologica messa in atto dal Miur in questi anni: “Possiamo dire, ormai con una certa solidità scientifica, che immettere strumenti digitali nella scuola non ha migliorato di per sé l’apprendimento degli studenti”, scrive Gui. Tra il 2007 e il 2012 sono stati spesi, tra Miur e regioni, 89 milioni di euro per l’acquisto di hardware, soprattutto Lim. Ma sebbene lo scopo dichiarato fosse il superamento del concetto di laboratorio informatico, “il piano tuttavia non esplicitava su quali basi pedagogiche tali aspettative di cambiamento si fondassero né dichiarava quali fossero gli indicatori per valutarne il successo”, scrive Gui. Nell’ultima fase della strategia, quella della Buona Scuola di Renzi, in parte si fa tesoro dei dubbi emersi su un approccio basato principalmente sulla diffusione degli strumenti tecnologici. Al loro posto vengono evocate tecnologie “leggere”, magari portate a scuola dagli stessi studenti – come laptop, smartphone e iPad. Ma anche con questo approccio non mancano le incertezze. L’anno scorso, una ricerca condotta da ImparaDigitale e dal Cnis dell’Università di Padova mostrava che i docenti, anche se sostengono di avere elevate competenze digitali, sono carenti nelle applicazioni pratiche. Mentre un recente articolo pubblicato su Valigia Blu presentava i risultati di un report dello scorso giugno della fondazione Nestla Italia: “Durante molte delle interviste condotte con gli insegnanti si è avuta la sensazione che il cambiamento tecnologico sia qualcosa che accade ‘agli insegnanti’ piuttosto che ‘tramite gli insegnanti’”, si legge nell’indagine.
Parlando con il Foglio Innovazione, il professor Gui elenca alcuni obiettivi da mettere nella lista delle priorità per recuperare il terreno perduto: “Innanzitutto la formazione dei docenti a tappeto, sia in entrata sia in itinere”, dice. “Poi bisogna educare gli studenti all’uso critico dei media. La rivoluzione digitale, a differenza di quanto si è pensato finora, non sta nell’usare un metodo diverso, ma nel porre uno sguardo critico su oggetti nuovi”. In questo senso, anche se la scuola digitale ha affrontato dei fallimenti, la posizione di Gui non è conservatrice: “Non bisogna tornare indietro, avere nostalgia del passato. Abbiamo avuto un approccio ingenuo? Sì. Allora reindirizziamo i nostri sforzi, ma sempre con lo sguardo in avanti”.
Samuele Maccolini